Prologo in forma cantabile (nel silenzio assoluto)
Negli autunni brumosi può capitare
Che il corpo trabocchi da un’anima di vetro.
E certo può capitare di vedere la fiamma che si origina dall’acqua
Come di assistere alla morte in volo per annegamento.
Oh, negli inverni solenni i corpi sono poca cosa
E poca cosa sono i pensieri che, con ostinazione, si sono pensati
E le terre che ci si è lasciati alle spalle appena salpati i bastimenti
…Può capitare di non sapere perché…
Solo lo strazio resta, ma è strazio incosciente
Tanto impossibile sembra l’essere estirpati, strappati come malapianta,
Portati in volo, leggerissimi, nell’incerto contro la pesantezza del certo…
Certo tutto, tutto questo può capitare…
Poi restano parole, come geografie che non si sanno pronunciare,
E Primavere che noi non vedemmo mai,
ma che i primi di noi raccontarono ai secondi e i secondi ai terzi:
enormi fiori raccolti oltremare e seccati fra le pagine di un libro
viole del pensiero e violaciocche che qui crescono minutissime, affamate di luce.
Ah, sentimi: lì, dopo l’orizzonte, ubriachi di luce, esplodono i limoni
Con loro, nelle estati estatiche, abbiamo temprato il sorriso
E l’abbiamo trasmesso come una ricetta segreta ai figli dei figli,
assieme alla coreografia delle origini.
Sentimi ancora: alla partenza abbiamo salutato le colline
E l’orizzonte sterminato della pianura.
Poi abbiamo posato il piede nella terra galleggiante
Come se fossimo prigionieri del destino…
E abbiamo snocciolato le stagioni come rosari
Ave Maria e Pater Noster e Gloria e Pace, Pace in terra.
Pace in terra. Ascoltami: pace in terra! E, dolcemente, addio.
Finché dura la stagione degli amori…
I - Colonsay
Io lo racconto come un trambusto di nubi violacee…
Ad Agosto dicono che ci siano terre in cui si viaggia nudi come selvaggi.
Ma non qui, qui l’agosto è come il sapore della birra cruda
fredda ed aspra, promettente, ma non più dissetante
qui ad agosto si prepara la tavolozza dell’infinito inverno
Così il mare suggerisce di abbandonare i pascoli che lambiscono le spiagge
E preparare sidro in abbondanza
E fortificare gli ovili.
Ad Agosto l’inverno è già pensiero che da brividi lungo la schiena.
Ma dicevo del cielo:
Io la racconto a partire dal cielo,
perché è dal cielo che il mare prende ordini
Quando il vento gelido si fa alito ribollente.
Quelli erano tuoni della terra però, non di divinità saettanti,
erano obici delle contraeree, siluri sottomarini,
e tonnellate lorde di naviglio che venivano inghiottite dai flutti.
Da Colonsay, che non era più grande del più piccolo dei navigli,
si poteva vedere il lampo della cannoniera
e il rogo marino, stupore di fiamma galleggiante.
Da lì si potevano sentire i lamenti notturni delle anime naufragate e galleggianti
Mentre i corpi pesantissimi ingoiavano acqua e acqua ancora.
Per tutto l’anno, fu guerra fra cielo e mare,
esattamente sulla linea di tutti gli orizzonti possibili…
Pregammo a lungo e a lungo cercammo fiori nella brughiera,
poi dovemmo arrenderci.
Dicevano che quella tempesta d’uomini,
quel crepitare dell’orizzonte,
portasse doni dal mare: casse di viveri, pesci galleggianti,
valigie con preziosi… Cappelli da marinaio
e, qualche, volta persino rose…
Ma qui a Colonsay arrivò solo la carcassa di una scialuppa
E qualche salvagente…
Poi la notte del 15 agosto Rowena sognò la battaglia dei tritoni…
Che hai da agitarti nel sonno donna?
Una battaglia immensa, sussurra lei, tenendo gli occhi chiusi,
facevano ribollire l’acqua come un banco di pesci che vengono tirati in superficie
oh, colpi senza pietà, sussurrava… Erano uomini erano pesci…
si cavavano gli occhi, si pestavano le carni,
si scansavano l’un l’altro per ritardare l’istante in cui l’aria li avrebbe soffocati…
Poi le pecore ammassate nel recinto cominciarono un lamento unisono
La notte del diavolo, dico io, e mi giro dall’altra parte per riprendere a dormire.
La mattina dopo il cielo era di ferro
e suonava come il maglio sull’incudine, poi un anticipo di vento,
poi un belato lontano da seguire…
E fu così che lo vidi…
II – Giuseppe
Mi trovarono la mattina del 16 agosto,
dopo aver navigato per quarantacinque giorni…
Che cosa racconti? Siete autorizzati a chiederlo.
Un corpo alla deriva, reso spugnoso dalla salsedine,
che cosa può mai raccontare?
Ebbene non sopravvissi alla battaglia…
Quando capimmo che la nave affondava ci massacrammo
per raggiungere le scialuppe
Oh colpi senza pietà, come topi impazziti
Ammassati nel salone delle feste del transatlantico
Tentammo una sortita alla disperata
come un branco di capodogli spiaggiati, ci sollevammo a colpi di reni
e corremmo verso le uscite travolgendo tutto…
In un sogno inverso si sarebbe detto che la nostra era
la disperazione dei pesci portati in superficie dalle reti dei pescatori.
Ma di fatto tentammo inutilmente di forzare le porte sbarrate
Di superare le recinzioni che dovevano separarci in gruppi.
Non stateli a sentire
se vi dicono che aspettammo in preda ad un fatalismo impotente
E certo qualcuno di noi sussurrò il rosario
Ora pro nobis
E certo alcuni si concessero senza reagire all’orda impazzita,
ma noi, i più, che nella prima metamorfosi eravamo diventati nemici,
ora eravamo bestie feroci…
III – Luigi
Ma da dove provengo è un dato certo…
il punto dell’impatto è unico preciso,
per me che ho fatto il geometra
queste misure hanno un senso:
si deve sapere dove si nasce e, poi, dove si muore.
Si deve sapere perché si nasce e, poi, perché si muore.
Per la prima dunque direi Bedonia e, poi, un posto senza nome,
ma un punto precisissimo
al largo della costa nord–ovest dell’Irlanda
56°30’N 10°38’W.
Ecco il dove.
Il perché è un gioco di carte, si nasce per amore,
se si nasce bene,
ma per morire bene, bisogna che si muoia di terrore,
e che si muoia veramente un attimo prima di morire…
Nel salone delle feste dell’Arandora
i primi, scattarono verso le uscite un istante dopo l’esplosione…
A saper stare al mondo si percepisce il pericolo di vita,
A me tutti dicevano che ero un uomo affidabile
e muratore carpentiere come pochi…
Chi costruisce riconosce la distruzione:
i legni della nave cominciarono a lagnarsi,
ma non era il miagolio della maretta,
era il chiaro rebound della carena squarciata.
E quando ci fu l’impatto, quando il missile stuprò lo scafo
quasi parve che avessimo strisciato contro una roccia affiorante…
Dalla nostra posizione nemmeno si sentì lo scoppio
ma solo un riverbero, una vibrazione,
Fu come la rottura del cristallo che venga colpito proprio nel suo punto debole,
fu come lo squarcio che corre sul Pack quando infili la piccozza,
Come se la sostanza della nave avesse perso improvvisamente consistenza,
a questo io pensavo: al mistero delle molecole
che abbracciandosi fanno invincibile la materia,
ma che fanno malta buona o cattiva a seconda di come vengono mescolate,
e pensavo a quell’unico punto su cui bisogna inserire la pietra di paragone.
Ecco il colpo fu lieve tutto sommato,
la nave tossì come un cetaceo delle favole,
Dentro al palazzo galleggiante,
ottava meraviglia modernista,
tutti ci guardammo e sentimmo con chiarezza il pianto del parquet,
poi la contrarietà delle travi di ferro per i bulloni che schizzavano dagli alvei.
Quindi sentimmo gridare, e la sirena dell’allarme,
e buio pesto,
e passi, come di esercito marciante sul ponte.
Corsero eccome, e qualcuno bestemmiò, non io però
Ne corsi, né bestemmiai
Solo pensavo al crollo di una casa, al secondo in cui ancora si regge
e a quello che dice prima di cadere:
io lo so che la natura imporrebbe di opporsi, ma io crollo…
io crollo.
IV – Arandora Star
Lunghezza: 163 metri.
Posti in prima classe: 364.
Velocità di crociera: 60 nodi.
Tonnellaggio lordo: 12.847 tonnellate,
prima di essere riarmata fino a 15.501 tonnellate…
Arandora festeggia il primo anno,
diventando Arandora Star , nave da crociera di gran lusso…
Come un’adolescente che si svegli, d’improvviso, donna.
Avreste dovuto vedere come svettava fiera e sfacciata
Nella sua livrea brillante al porto di Southampton.
Dieci anni a viaggiare dall’Inghlterra alla Costa est del Sudamerica:
Vitoria, Rio de Janeiro, Santos, Florianopolis, Montevideo, Mar del Plata,
Fino al 1939.
Oh sì, verso il ’39 c’è poco da ridere,
l’Europa è uno zerbino scosso da una massaia energica
che pretende pulizia.
All’Arandora si toglie l’abito da sera,
dodici operai lavorano per quattro giorni ininterrottamente
per ridipingerla di grigio.
Questi sono gli ordini.
La signora elegantissima è diventata una anziana dimessa
Che stenta a mantenere i segni dell’antica eleganza
Negli intarsi di legni africani, nelle modanature decò,
nei tappeti persiani, nelle travature di ghisa…
Di quella e delle altre navi tuttavia non si ricorderanno gli arrivi,
ma solo le partenze, che le partenze valgono solo per chi resta…
V – Lorenzo
Chi era stato in mare lo diceva:
senza i segni di riconoscimento non si va lontano…
Ma, guardate, era parlare per dire l’opposto
Come quando si dice: vuoi vedere che piove?
Come quando si guarda il cielo attenti provando a leggerne gli inganni.
Perché pare che sia proprio il cielo che non si convince,
la terra, lei, si lascia calpestare, e accetta passi incerti.
Ve lo dico: è come cambiar letto, prima lo si tasta con le mani,
poi ci si siede e, infine, ci si distende.
Eh, sì sì, la terra accetta il peso, ma il cielo no.
Il cielo a Londra era un attaccabrighe che ti colpiva
a tradimento.
Io guardavo in alto e dicevo a mia figlia: guarda su! Mira!
Bruna sollevava lo sguardo e scuoteva la testa come fanno le donne:
che cosa c’è? Chiedeva.
E io: sembra vivo, dicevo, quanto è morbida la terra è duro il cielo.
Noi venivamo dalla cura amorevole dell’ azzurro
Per approdare alla fredda sollecitudine del piombo…
Venivamo dalla testarda terra dura
Per arenarci nell’ammiccante terra molle.
Quello fu come sbagliare le misure,
comprare scarpe troppo strette per la pigrizia di provarle
e poi fu fingere che non facessero male.
Quando vennero a prendermi i miei nipoti parlavano l’inglese.
Mia figlia parlava solo inglese…
Solo l’inglese, constatai con sorpresa, parlavano i militari,
ma che sorpresa?
Erano ventidue anni che non vedevo e non parlavo la Toscana,
guardai in alto, il cielo mi ricordò da dove venivo.
Siamo cittadini inglesi dissi.
E il soldato più giovane mi guardò scrollando le spalle
Aveva lo sguardo pensoso di chi fa qualcosa sperando di capirla…
Uscendo, ammanettato, alzai la testa verso il mare inverso
che ondeggiava sulle nostre teste.
E allora pensai che forse era il caso di sfilarsi quelle scarpe
che mi stringevano da ventidue anni e fosse anche il caso di riprendere
a bestemmiare contro quel cielo
come avevamo fatto in Toscana prima di partire.
Io così, confuso dal frastuono dell’imbarco,
nemmeno lo notai il colore della nave…
E quelli che se ne intendevano, magari livornesi,
magari orfani di porti mediterranei,
loro dicevano che quel grigio lì, quelle pareti nude, senza contrassegni
non erano una cosa buona…
non si va lontano dicevano.
Per me, considerato che la nave e il cielo avevano lo stesso colore,
tutto questo era assolutamente naturale:
che fossimo approdati in questa terra
che fossimo accettati con riserva
che ne fossimo espulsi per sopravvenuta inimicizia…
e che fossimo improvvisamente amici dei tedeschi… poi…
e compagni di viaggio.
Dalle cabine di prima classe qualcuno di loro cantava In diesen hail’gen Hallen…
E qualcuno di noi, dal salone delle feste, accompagnava con la fisarmonica.
Within our sacred temple.
…Intanto la nave si lasciava alle spalle l’isola di Man.
VI – Colonsay (II)
Dicono che quanto resta dell’estate breve è un cielo di ferro
che suona come il maglio sull’incudine,
poi si solleva un anticipo di vento,
poi un belato lontano da seguire…
E fu così che lo vidi… di fronte a me…
Sulla battigia dell’isolotto che noi chiamiamo Eilan nan Ron
boccheggiava un grosso lucido tritone
qualcosa che non avevo mai visto… e non era una foca vi assicuro…
Provai a chiamare…
Mi misi in mare.
In un centinaio di remate si giunge da riva a riva…
La foschia si riprendeva tutto quanto aveva mostrato per un attimo,
mi parve di vedere me stesso mi che faceva segni dal versante di Colonsay
Era Rowena: che fai? Urlava…
Un cristiano, dissi, un povero corpo restituito dal mare…
Il tempo di dargli sepoltura… dissi,
Non fare tardi per cena, disse lei.
A tavola dissi che doveva trattarsi di un italiano…
Penso proprio che si tratti di un italiano, dissi…
VII - Giovanni
Nel breviario del tempo passato
c’è un salmo nascosto, un messaggio segreto,
un’oscura profezia, una voce sussurrata…
15 aprile 1912…Vi dice nulla?
Io vengo da un posto di salmi, messaggi, profezie, voci
sul mio destino regna la Qabballàh e il Crocifisso,
e allora mi pare evidente che nascere esattamente mentre affondava
il Palazzo Galleggiante, non era segnale da poco.
A me la misero così: il giorno del tuo compleanno è come la scoperta dell’America.
Eh?
Dite che non fosse abbastanza chiaro il perché e il per come?
L’annuncio della mia nascita sul quotidiano locale venne ritardato
di 28 giorni per dare spazio alla notizia delle notizie: il Titanic che era affondato.
Così per 28 giorni non fui né vivo né morto per il mondo.
Tre anni dopo mio padre partì per il Carso.
Un anno dopo ritornò a casa il suo elmetto.
Quando avevo tredici anni mia madre annunciò che eravamo poveri,
E se ne andò a morire nella limonaia prima che arrivassero i pignoratori.
Così ho varcato il mare, a suonare l’organetto per i barbieri,
che a Newport sono taciturni.
A ventisei anni avevo moglie e una azienda avviata.
In fondo al parco di casa feci costruire una limonaia.
Ora è tutto a posto mi dissi.
Allo scadere del terzo anno eccomi ammassato al porto di Liverpool,
ma i miei ventotto anni erano scaduti da tre mesi.
Così mi rincuorai e dissi a me stesso che avevamo superato i numeri.
Ma i numeri sono abitudinari:
era scritto che io, l’uomo del Titanic, morissi in mare
e venissi sepolto da un’anima gentile in una baia
che si chiama Killchattan,
C’è da dirlo?
Dopo ventotto giorni di deriva.
VIII – Quansito
Salta! Salta!
Io non salto...
Dai! Dai! Salta!
Io non salto, c’ho paura!
Forza, salta, salta!
No, c’ho paura, c’ho paura!
Ora dalla scialuppa il muso della nave sembrava immenso
Si remava a tutta forza per allontanarci dal risucchio...
Io, il Rosi Lodovico e il Marioni Attilio,
gridavamo al Rosi Luigi di buttarsi, ma lui niente
C’ho paura! C’ho paura!
E quale paura peggio della morte?
Quale?
Si gridava fino a farsi male...
Mi ero spaccato i denti sbattendo al bordo della scialuppa,
mi ero bruciato le mani sfregandole lungo la corda a cui mi ero appeso...
Buttati! Salta bestia!
Eh... Dentro al vortice la prua si inabissava sollevandosi
come la pinna di un cetaceo immenso...
E il Rosi si faceva piccolissimo sollevato sempre più in alto...
abbrancato alla ringhiera...
Lui penso che aspettasse l’inabissamento per buttarsi in mare,
ma così non si può, che quando il mare ingoia la parte spezzata
tutt’intorno si crea un risucchio terribile
che con furia di calamita ti porta sotto.
Bestia d’uomo! Che non hai saltato.
IX – Colonsay (III)
Dicono che la faccia del destino, nell’autunno che incombe,
ha lo sguardo vuoto dell’annegato...
E aggiungono che la stagione è rotta quando il mare restituisce doni
...
Penso proprio che si tratti di un italiano.
Rowena non disse niente.
L’ho sepolto, dissi, e ho trovato il nome.
Chiederò a Kevin il suo apparecchio fotografico...
E domani andrò all’ufficio postale
...
Dicono anche che le notti mugghianti sussurrino
addio, arrivederci, addio, addio
come quando ci si congeda dall’infanzia, e poi dalla giovinezza,
via via si abbandona ogni cosa che sia stata per affrontare quella che sarà
...
Ho fatto pubblicare un annuncio sulla Scottish Gazette
...
Un corpo galleggiante è cibo per i pesci che strappano le cartilagini
e aspirano i bulbi oculari...
...
“Gentile anima, con la vostra pietà avete dato un senso al nostro dolore,
la stagione inclemente che voi ci avete descritto
ci impedisce purtroppo di raggiungere il nostro caro
grazie, grazie ancora per la pietosa sepoltura...
speriamo non vi sia d’offesa l’assegno che accludiamo, è poca cosa davvero,
ma vi chiediamo di portare per noi una corona di fiori sulla tomba del caro congiunto.”
...
Un corpo restituito dalle acque è come l’idea di un corpo
un impasto non finito, dissolto nel suo nulla,
legato a se stesso solo per tenacia e per rancore,
pare voglia disciogliersi e invece resiste,
mantiene una vaga consistenza, quasi un accenno di quel che è stato.
...
“Signora, abbiamo portato una corona di fiori sulla tomba di suo marito
come da lei richiesto e l’abbiamo fatto con i più profondi sentimenti d’animo.
Siamo tutti consapevoli della sua sofferenza.”
X – Annino
Fu il buio a parlare,
prima lo scoppio, poi il buio,
e il mare là fuori si mise in attesa come un serpente,
noi quattro piani sotto coperta
tememmo il buio
la nave divenne impercorribile come l’orrore di se stessi,
inesplicabile come un segreto inesplicabile,
c’era da correre, non da pensare,
guadagnarsi la vita gradino dopo gradino,
insultare la storia un passo dopo l’altro
nel buio che sempre che sempre ci accompagna,
ma sempre crediamo di vincere...
per questo si dice: la luce della ragione.
Lo scoppio e poi il buio
e la ragione?
Corremmo, come dicono che facciano le anime,
verso la salvezza.
Nel giorno del giudizio il mare d’Irlanda
prese danzare nell’onda lunga.
alle sette del mattino era più scuro del buio,
Fuggivamo dalle viscere oscure dell’Arandora,
ma una volta arrivati alla luce,
vedemmo Caronte che indicava col remo la superficie plumbea
Fu chiaro: si andava dal buio al buio.
E questa fu l’unica luce.
XI – Domenico
Ascolta!
La prua per un istante sembrò un vulcano in mezzo all’oceano
che sputava carne, ferro e legno...
Scaturimmo dal silenzio per approdare al fragore del sibilo immenso
della prua mastodontica che prima si sollevava
e, poi sconfitta, si lasciava ingoiare dal vortice...
Ascolta!
Dalle scialuppe si sente gridare,
naufraghi lucidi di nafta fanno gesti,
come le sirene ad Ulisse...
Intorno galleggiano corpi e corpi ancora...
Ascolta:
povere carcasse annaspano catapultate dall’incertezza all’incertezza
e con gli occhi sbarrati sondano lo sprofondo che non ha fine.
Anche noi chiamammo col fiato spezzato,
unti come feti chiedemmo di rivivere,
ed alcuni di noi furono issati a bordo tirati per i capelli,
con la bocca spalancata per il bruciore alla gola,
il collo segato dal giubbotto salvagente,
gli occhi sbarrati per il terrore,
le mani anchilosate per i crampi...
Ascolta:
Sulla scialuppa si temeva di morire asciutti
il petto, in cerca d’ossigeno, spaccato in due
le gambe tremolanti per la spossatezza
le braccia tese a cercare spazio.
Neanche a salvarsi ci si sentiva in salvo
Alla fine la prua spariva sotto la superficie
e, come un sasso lanciato nello stagno,
originava una grassa onda circolare di piombo fuso
che pareva lenta, ma colpiva a tradimento,
cattiva di risacca...
In salvo dicevano... raggiungeremo la terra... in salvo
Ma poi... sulla terra?
Ascolta: addio, arrivederci, addio, arrivederci, addio, addio...
XII – Mearnskirk
Sulla terra algide Antigoni ancora ci accompagneranno alla tomba.
Sulla terra dei lamenti, la notte ancora sembrerà un unico pianto:
ustionati dal fuoco galleggiante,
fratturati dal volo spericolato,
mutilati dalla corda tesa...
Sulla terra sempre s’attaccherà la tragedia al respiro
immobili Creonti decreteranno per noi altre partenze:
ammutoliti dal terrore,
angosciati dall’attesa,
annichiliti dall’umiliazione...
Uomini fatti calpesteranno ancora questa terra
che è, e sarà, sostegno inconsistente
Uomini silenziosi tenteranno di correggere l’incorreggibile
e pronunceranno, oh ancora, dentro di sé, l’impronunciabile.
Sulla terra, su questa terra ancora, ancora... E sempre.
Per sempre. Per sempre.
Epilogo
Ecco, a voi tutti, solo ricordateci.
Solo ricordateci.
Marcello Fois, 10 – 20 Maggio 2008.
| creato: | lunedì 9 marzo 2009 |
|---|---|
| modificato: | lunedì 9 marzo 2009 |